• Non possiamo più attendere: la società civile deve tornare protagonista

    Non possiamo più aspettare. È ormai evidente che il nostro Paese, così come le nostre città – grandi e piccole – abbiano urgente bisogno della partecipazione diretta della società civile per affrontare criticità che non sono più episodiche, ma strutturali.

    Ogni giorno i giornali raccontano episodi di aggressioni, spaccio, violenza, totale disprezzo delle regole e fenomeni di malamovida sempre più diffusi. Ma ciò che emerge dalle cronache è solo la superficie di un problema molto più profondo. Le tensioni sociali generate da una cultura occidentale sempre più debole e confusa sono infatti ben più ramificate di quanto spesso si voglia ammettere.

    Un problema diffuso, non più marginale

    Oggi non esiste città – nemmeno la più piccola – in cui questi problemi non siano diventati la norma. La diffusione “a macchia d’olio” di comportamenti violenti e antisociali non risparmia nessuno: coinvolge giovani e giovanissimi, famiglie, quartieri un tempo tranquilli.

    Anche nella nostra città questa escalation è sotto gli occhi di tutti, e fingere di non vederla non è più possibile.

    Le radici della crisi

    La situazione attuale non nasce per caso. È il risultato di anni in cui il concetto di tolleranza è stato spinto fino a giustificare situazioni gravi e inaccettabili. Si è scelto di spiegare ogni fenomeno esclusivamente attraverso le sue cause sociali, rinviando qualsiasi intervento concreto.

    Si è parlato di soluzioni a lunghissimo termine, ignorando deliberatamente l’emergenza del presente.

    In questo clima di grande confusione culturale – spesso alimentata e strumentalizzata dalla politica di ogni schieramento – ci troviamo di fronte a famiglie sempre più fragili, divise e disorientate. Famiglie che faticano a svolgere quel ruolo fondamentale di primo presidio educativo, indispensabile per trasmettere ai più giovani il rispetto delle regole e degli altri.

    La famiglia: un principio costituzionale

    Eppure, la famiglia non è un concetto superato né un’idea ideologica. È un pilastro riconosciuto e tutelato dalla nostra Costituzione.

    L’articolo 29 afferma che «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio».
    L’articolo 30 sancisce il dovere e il diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli.
    L’articolo 31 impegna la Repubblica a proteggere la famiglia, la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendone lo sviluppo.

    La famiglia è dunque il primo e più efficace strumento di prevenzione della conflittualità sociale. Il ruolo della madre, quello del padre, i rapporti verticali tra generazioni sono fondamentali per imparare a gestire correttamente i rapporti orizzontali tra pari. Indebolire o svilire questi riferimenti significa minare le basi stesse della convivenza civile.

    Senza regole non c’è inclusione

    Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Il mix di famiglie fragili, istituzioni divise e una cultura in crisi profonda crea il terreno ideale per l’esplosione di fenomeni delinquenziali e di gravi problematiche sociali.

    Non è repressione contro inclusione, né sicurezza contro diritti. È la semplice constatazione che senza regole condivise, senza responsabilità e senza presìdi educativi solidi, una società si disgrega.

    Il ruolo della società civile

    Dopo anni di progressivo distacco dei cittadini dalla cosa pubblica – un distacco chiaramente rappresentato da un astensionismo sempre più strutturale e preoccupante – è giunto il momento di invertire la rotta.

    I cittadini devono tornare a farsi sentire dalle istituzioni, per far capire che non sono passivi, ma proattivi, presenti ed esigenti.

    Le città sono nostre.
    La sicurezza, il decoro, il rispetto delle regole sono diritti, non concessioni da elemosinare. Sono diritti che dobbiamo pretendere.

    Essere presenti, vigilare e stabilire un filo diretto con le istituzioni è oggi necessario per invertire la rotta. I comitati non sono altro che questo: strumenti di partecipazione attiva, ponti tra cittadini e istituzioni, segni concreti di una società civile viva e responsabile.

    Per il bene delle nostre città, dei nostri figli e del futuro che stiamo costruendo – o distruggendo – oggi.

  • Costituzione del Comitato MODÌ – “Movida sì, mala no”

    16 Gennaio 2026

    Si comunica ufficialmente la costituzione del Comitato MODÌ, un gruppo di cittadini che si è unito con l’obiettivo di collaborare in modo costruttivo con le istituzioni per affrontare e migliorare le criticità che da tempo interessano il centro cittadino.

    Il Comitato nasce dalla volontà di tutelare la qualità della vita dei residenti e, al contempo, promuovere una fruizione equilibrata, sostenibile e rispettosa degli spazi urbani. Il principio che ne ispira l’azione può essere riassunto nello slogan: “Movida sì, mala no.”

    Le problematiche che hanno investito il centro cittadino sono ampiamente note. In particolare, durante i fine settimana, numerosi cittadini subiscono schiamazzi e disturbi fino a tarda notte, con un impatto significativo sulla vivibilità delle abitazioni.

    A tali disagi si affiancano gravi criticità legate al decoro urbano: sporcizia diffusa, rifiuti abbandonati e bottiglie lasciate in strada. La situazione ha raggiunto livelli tali che alcuni condomini si sono visti costretti a dotarsi di servizi di vigilanza privata per garantire la tutela delle persone e delle proprietà.

    Sono inoltre presenti criticità rilevanti in materia di sicurezza pubblica, più volte evidenziate sia dai cittadini sia dalle autorità competenti. È infatti noto che via Cambini e le vie limitrofe, per ragioni oggettive e strutturali, non possono accogliere una movida notturna con numeri tali da garantire adeguate condizioni di sicurezza.

    In questo contesto, si segnala che lunedì il comitato MODÌ, recentemente costituito, incontrerà il Prefetto, dott. Dionisi, per valutare se la recente ordinanza adottata abbia prodotto una modifica significativa delle criticità già note.

    Il Comitato MODÌ intende proporsi come interlocutore civico, responsabile e propositivo, favorendo un dialogo costante con le istituzioni e con tutti i soggetti coinvolti, al fine di individuare soluzioni concrete che tengano insieme sicurezza, decoro urbano, diritti dei residenti e rispetto delle attività economiche.

  • Malamovida a Livorno: tra tardive prese d’atto e mancate azioni

    Una consapevolezza che arriva dopo anni di segnalazioni

    Nel bilancio di fine anno il Sindaco di Livorno sembra finalmente aver preso coscienza delle criticità generate dalla cosiddetta malamovida nel centro cittadino, criticità che noi residenti denunciamo da anni. Viene spontaneo dire “meglio tardi che mai”, ma il problema delle nostre amministrazioni – e più in generale del nostro sistema Paese – resta la latenza cronica tra la segnalazione dei problemi e l’azione concreta.

    Troppo spesso, inoltre, l’azione viene sostituita da buoni propositi sulla carta che non trovano riscontro nel mondo reale, fatto di interventi efficaci, coerenti e tempestivi.

    Una situazione definita “complicata”, ma senza controlli adeguati

    La gravità del fenomeno è riconosciuta dalle stesse parole del Sindaco quando afferma: «La situazione della zona è complicata…». Tuttavia, a questa ammissione non segue una strategia operativa adeguata. Lo stesso Sindaco dichiara infatti di non avere intenzione di impiegare gli ultimi assunti della Polizia Locale, sostenendo di non sapere cosa potrebbe accadere dopo la chiusura dei locali alle ore 1.30, quando gli avventori si trattengono in strada.

    In altri termini, da un lato si riconosce ufficialmente una condizione di criticità – la stessa che i residenti segnalano da anni – e dall’altro si rinuncia a presidiare il territorio proprio nella fascia oraria più delicata.

    Il rimpallo delle responsabilità e l’assenza di interventi concreti

    Il richiamo del Sindaco a un maggiore coinvolgimento del Prefetto sul versante della sicurezza rientra in una dinamica ormai nota. Sul piano pratico, però, i risultati continuano a mancare. Nel frattempo, i cittadini del centro storico sono costretti a convivere, ogni fine settimana, con le stesse prevedibili problematiche: rumore, degrado, insicurezza e compromissione della qualità della vita.

    Il vero nodo: densità dei locali e incompatibilità urbana

    Il punto centrale della questione è rappresentato dalla densità eccessiva di locali concentrati in una via con caratteristiche strutturali del tutto inadeguate ad accogliere migliaia di persone. Le conseguenze sono evidenti, sia sul piano del disturbo alla quiete e alla salute dei residenti, sia su quello della sicurezza pubblica.

    Attività diurne o al massimo serali potrebbero essere compatibili con il contesto urbano e tollerabili per chi vive il centro città. Lo spostamento sistematico dell’aggregazione nelle ore notturne, invece, innesca dinamiche che non possono essere governate se non ricorrendo a misure eccezionali, costose e difficilmente sostenibili nel tempo.

    Perché la chiusura alle 1.30 non è una scelta razionale

    I residenti faticano inoltre a comprendere il razionale della conferma dell’orario di chiusura delle attività alle ore 1.30. Sconfinare stabilmente nelle ore notturne, mantenendo una situazione di fatto fuori controllo per chi vive il centro città, espone tutti – cittadini e operatori economici – a rischi crescenti.

    Il rischio concreto è che, al primo episodio serio o grave, l’amministrazione sia costretta ad adottare provvedimenti emergenziali e ben più restrittivi rispetto a quelli che oggi i residenti chiedono con equilibrio e senso di responsabilità.

    Paradossalmente, l’assenza di prevenzione rischia di danneggiare proprio le attività economiche, che potrebbero subire chiusure anticipate, sospensioni o limitazioni drastiche imposte in nome dell’ordine pubblico e della sicurezza.

    Un’ordinanza che ignora gli avvertimenti

    L’ordinanza recentemente emanata non ha tenuto conto né degli avvertimenti sul piano della sicurezza espressi dal Prefetto e dai cittadini, né della richiesta – più volte ribadita – di non trasformare via Cambini e il centro città in un luogo di aggregazione notturna.

    Si tratta di una scelta che rischia di aggravare una situazione già critica, invece di avviare un percorso serio di riequilibrio tra diritto al divertimento, tutela delle attività economiche e diritto dei residenti a una vita dignitosa, sicura e sostenibile.

    Azione legale: non “contro” qualcuno, ma “per” la città

    È necessario chiarire un punto fondamentale. L’eventuale ricorso alle vie legali da parte dei residenti non è, né sarebbe, un’azione “contro” il Sindaco o contro la città, come lasciato intendere. Al contrario, si tratterebbe di un’azione a tutela della città stessa, dei suoi abitanti e del corretto equilibrio tra diritti, interessi economici e sicurezza pubblica.

    Le azioni giudiziarie già intraprese e vinte in altre città dimostrano che il problema non è ideologico, ma amministrativo. E vale la pena ricordare che un’eventuale condanna non ricadrebbe sul Sindaco come persona, bensì sulle risorse pubbliche che egli amministra. Risorse che appartengono a tutti i cittadini e che potrebbero essere impiegate per prevenzione, pianificazione e controllo, anziché per sanare ex post responsabilità accertate.

    Prevenire oggi, con scelte razionali e coraggiose, significa evitare domani interventi imposti da sentenze, emergenze o fatti gravi che nessuno auspica.


    Comitato Modì
    (in fase di costituzione)

  • Malamovida, un’ordinanza che non cambia nulla: i residenti rendono pubblica la situazione

    Nonostante le ripetute segnalazioni dei residenti di via Cambini, via Roma, via Marradi e piazza Attias, e nonostante la chiara presa di posizione del Prefetto di Livorno, Dionisi, che ha richiamato l’attenzione su un problema di sicurezza pubblica, il Comune ha emanato una nuova ordinanza sulla gestione della movida notturna.

    Un provvedimento che, nei fatti, non affronta le reali criticità segnalate da tempo dai cittadini e dalle stesse istituzioni. Il problema, infatti, non è stato rimosso né ridimensionato: una via centrale, stretta, circondata da palazzi alti e priva di controlli adeguati continua a essere utilizzata come luogo di aggregazione notturna incontrollata.

    Le conseguenze sono ormai note e quotidiane: rumori fino a notte fonda, schiamazzi, sporcizia, soste selvagge e una costante violazione del diritto alla quiete e al riposo dei residenti. Fenomeni che, invece di ridursi, si stanno estendendo anche alle vie limitrofe, ampliando l’area del disagio nel centro cittadino.

    L’ordinanza comunale, però, non incide sul punto cardine della questione. L’orario di chiusura delle attività è stato infatti mantenuto alle 1.30 di notte, una scelta che rende il provvedimento sostanzialmente inefficace. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: nessun cambiamento rispetto al passato, stessi problemi e stesse criticità.

    Un intervento che appare quindi come l’ennesimo tentativo di “cambiare per non cambiare”, intervenendo solo formalmente senza produrre effetti concreti sulla vivibilità urbana e sulla sicurezza.

    Il Comitato Modì e la scelta di rendere pubblica la situazione

    Di fronte a questa situazione, i residenti , che nei mesi scorsi avevano già annunciato la nascita del Comitato Modì, hanno deciso di compiere un ulteriore passo: rendere pubblica la situazione attraverso un comunicato stampa ufficiale, accompagnato da documentazione fotografica e video.

    Il comunicato è stato trasmesso agli organi di stampa locali, regionali e nazionali, con l’obiettivo di portare all’attenzione dell’opinione pubblica una criticità che non può più essere considerata un problema circoscritto o episodico.

    Il Comitato Modì, comitato di cittadini in fase di costituzione, ha avviato interlocuzioni con tutte le istituzioni, gli organi e le amministrazioni competenti, non limitandosi al solo ambito comunale, affinché il fenomeno venga affrontato in modo coordinato e strutturale.

    In questo contesto, nei prossimi giorni è previsto un incontro in Prefettura, che rappresenterà un primo momento di confronto istituzionale sulla situazione, a seguito dell’ordinanza recentemente emessa, e sulle possibili misure da adottare a tutela della sicurezza e della qualità della vita dei residenti.

    Una richiesta chiara e non più rinviabile

    La richiesta dei residenti resta chiara: misure reali, controlli efficaci e una gestione della movida compatibile con la vita dei cittadini.

    Senza interventi strutturali e senza un reale coinvolgimento dei territori, le ordinanze rischiano di restare atti formali, privi di effetti concreti sulla realtà quotidiana.

    Il Comitato Modì continuerà a seguire con attenzione gli sviluppi istituzionali, rendendo pubblici i fatti e chiedendo risposte all’altezza di un problema che non può più essere ignorato.

    Firmato: il nascente Comitato Modi

  • Via Cambini: quando le istituzioni ascoltano, la comunità torna a respirare

    Il prefetto incontra i residenti. Nasce il Comitato Modì. “La misura è colma: ora basta rimandi”.


    Quando le istituzioni rispondono “presente”, i cittadini tornano a sentirsi parte di una comunità.
    Ed è esattamente ciò che è accaduto venerdì 5 dicembre, quando il Prefetto, dott. Dionisi, ha richiesto un confronto diretto con i residenti della zona oggi tristemente conosciuta come epicentro della malamovida—la stessa parola che ha dato il nome al nostro sito, malamovida.org.

    Un incontro raro: chiaro, diretto, concreto

    La delegazione dei residenti è stata accolta con educazione e rispetto, come dovrebbe essere sempre quando si parla di istituzioni—ma come purtroppo non accade così spesso.
    Il dott. Dionisi, ancor prima di ascoltare le testimonianze, ha dimostrato di conoscere in profondità le problematiche del centro, mostrando empatia verso chi da anni subisce situazioni che in qualsiasi paese civile non sarebbero tollerate.

    L’incontro è stato sintetico, preciso, comunicativo e diretto. Un’anomalia positiva nel panorama italiano, dove troppi tavoli tecnici finiscono nel nulla. Questa volta, invece, si è usciti con le idee chiare.

    Da salotto buono a epicentro del delirio notturno

    In pochi anni via Cambini è stata trasformata da angolo elegante della città a cuore del caos notturno.
    Un processo lasciato correre senza controllo, nonostante anni di:

    • lettere,
    • riunioni,
    • filmati,
    • segnalazioni puntuali.

    Una strada stretta, senza vie di fuga, fisicamente inadatta a ospitare un flusso così imponente di persone, è stata abbandonata a se stessa.

    Il risultato? Una situazione talmente deteriorata da spingere il Prefetto a parlare apertamente di problema di sicurezza pubblica.
    E in un contesto simile, basta un imprevisto per trasformare una notte in tragedia.
    La storia recente d’Italia dovrebbe averci insegnato qualcosa.

    Servono regole. Servono istituzioni vicine. Serve buon senso.

    Per garantire sicurezza, decoro e vivibilità, servono:

    • istituzioni presenti e credibili,
    • regole chiare e invalicabili,
    • responsabilità nell’amministrare spazi fragili e complessi.

    Eppure, dopo innumerevoli incontri e protocolli, siamo arrivati a un’ordinanza che non recepisce gli avvertimenti né dei residenti né del Prefetto.
    Il risultato è sotto gli occhi di tutti: non è cambiato assolutamente nulla.

    La svolta: nasce il Comitato Modì

    Oggi i residenti non sono più disposti ad accettare questa situazione.
    La misura è colma.

    Per questo è stata decisa la costituzione del Comitato Modì, che avrà tre obiettivi chiari:

    1. Rappresentare in modo forte e continuativo la comunità di via Cambini.
    2. Affrontare il problema reale, non più rimandabile.
    3. Intraprendere ogni iniziativa necessaria per porre fine a questa triste telenovela che da anni grava su un quartiere che merita di vivere, non di sopravvivere.

    Una via che può rinascere

    I residenti lo ripetono da tempo:
    via Cambini non può accogliere il divertimento notturno, per ragioni fisiche e di sicurezza.

    Può invece — e deve — ospitare attività diurne e serali, equilibrate e compatibili con:

    • la serenità dei residenti,
    • il lavoro degli esercenti,
    • il divertimento dei ragazzi entro orari ragionevoli.

    È una questione urbanistica, civile, culturale.

    Il messaggio culturale: una comunità cresce solo con il senso del limite

    Non tutto è possibile, sempre e ovunque.
    Una società matura è quella che sa stabilire limiti, rispettarli e farli rispettare.

    Via Cambini merita questo.
    Livorno merita questo.
    I cittadini lo chiedono da anni. Ora lo pretendono.

    Firmato: il nascente Comitato Modi

  • Prefetto: «Serve agire subito per scongiurare qualsiasi pericolo e ridurre il rischio per l’incolumità». Comune: «La vita è bella».

    Ci sono momenti in cui basta leggere due documenti consecutivi per capire tutto: da una parte l’allarme, dall’altra il silenziatore. La nuova Ordinanza n. 364/2025 sulla movida di Via Cambini è uno di quei casi in cui le parole parlano da sole, e parlano molto più forte di chi le ha scritte.

    Nel testo del Prefetto c’è una lucidità tagliente: Via Cambini è descritta come un «punto nevralgico», dove si radunano «migliaia di giovani», dove si generano «schiamazzi, confusione, abbandono di rifiuti, degrado e rumori molesti» ordinanza-firmata-via-cambini. La nota non lascia spazio alle interpretazioni: è «indispensabile e non più procrastinabile» intervenire, e occorre farlo per «scongiurare qualsiasi pericolo» e «ridurre il rischio per l’incolumità» delle persone e degli stessi esercenti ordinanza-firmata-via-cambini.
    Un linguaggio che appartiene ai momenti di emergenza, quando la sicurezza pubblica non è più solo un concetto ma una necessità.

    Poi, voltata la pagina, arriva l’ordinanza del Comune.
    E sembra scritta in un’altra città.

    Dopo aver riportato fedelmente le parole allarmate del Prefetto, il Comune cambia registro: improvvisamente la movida diventa un tema di «processo rieducativo», di «divertimento sano», di «vivacità capace di generare valore sociale ed economico» ordinanza-firmata-via-cambini.
    La distanza tra le due visioni è così ampia da sembrare imbarazzante: il Prefetto parla di pericolo, il Comune risponde parlando di benessere psico-fisico.

    E ancora una volta, ciò che viene proposto non ha il peso né la serietà che la situazione richiede. Orari ridotti di mezz’ora nei feriali, un’ora nel weekend. Musica fino alle 23 o alle 24. Divieto di asporto dalle 21:30. Una sperimentazione di sessanta giorni.
    Nulla che ricordi quella «azione dissuasiva» che la Prefettura ha richiesto espressamente.
    Nulla che sappia di una reale volontà di cambiare.

    In mezzo, sempre gli stessi protagonisti: gli esercenti, Confcommercio, i tavoli istituzionali.
    E sempre gli stessi assenti: i residenti.

    Si parla di “confronto” ma al tavolo ci sono sempre gli stessi, e sempre con lo stesso obiettivo: assicurarsi che nulla disturbi la rendita notturna. Si parla di “protocolli”, ma il precedente — quello dell’aprile 2025 — è rimasto lettera morta: telecamere mai installate, controlli mai intensificati, monitoraggi mai resi pubblici, presenza di personale aggiuntivo nei fine settimana praticamente inesistente accordo-via-cambini_04_02_25-00….
    E nonostante questo fallimento evidente, oggi ci ritroviamo con una nuova ordinanza che ripete lo stesso modello, come se sperare che “stavolta vada meglio” potesse essere scambiato per una strategia.

    Persino le sanzioni previste raccontano una storia: da 25 a 500 euro, con pagamento ridotto a 50 euro se versati entro 60 giorni ordinanza-firmata-via-cambini.
    Cinquanta euro.
    Una cifra che un locale incassa in pochi minuti nelle serate di punta.
    Una cifra che, anche ammesso che qualcuno controlli davvero, non ha alcuna capacità di dissuasione.
    È difficile immaginare una dimostrazione più concreta del fatto che il Comune non vuole realmente cambiare nulla: sanzioni simboliche, controlli evanescenti, nessuna pressione concreta su chi genera il problema.

    E così Via Cambini continua a vivere in questa schizofrenia amministrativa: da un lato una Prefettura che parla di pericolo, sicurezza e incolumità; dall’altro un Comune che parla sotto voce, che minimizza, che firma provvedimenti che sembrano più rivolti a non disturbare nessuno che a risolvere davvero qualcosa.

    Si continua a confidare che “non succeda niente”, che non ci siano incidenti, che non ci siano aggressioni, che nessuno si faccia male, che nessuno denunci troppo forte.
    Si incrociano le dita, si spera.
    Ma sperare non è una strategia.
    E soprattutto non è amministrare.

    Una città può essere vivace, certo. Ma deve essere anche vivibile.
    E quando un Prefetto parla di pericolo e un Comune risponde chiudendo gli occhi, la distanza non è solo istituzionale: è morale.
    Ed è il segno più evidente che Via Cambini non è una priorità per chi dovrebbe tutelarla.

    Firmato: un gruppo di residenti delle vie Via Roma, Via Cambini e Via Marradi


    Tutte le citazioni contenute nell’articolo provengono dai documenti ufficiali riportati di seguito

  • Via Cambini: un equilibro mancato

    Sabato 29/11/2025, ore 01:45

    Via Cambini: tra quiete e movida, un equilibrio mancato
    ​La recente Ordinanza del Sindaco di Livorno relativa alla Via Cambini era attesa con speranza, ma il risultato non sorprende affatto i residenti. A distanza di giorni dalla sua emanazione, la situazione nella via non ha subito modifiche significative. Il motivo è chiaro: le differenze tra il nuovo provvedimento e il precedente protocollo sperimentale sono, a conti fatti, quasi insignificanti (un orario di chiusura anticipato all’1:30 rispetto alle 2:00 e poco altro).
    ​In sostanza, stiamo assistendo all’ennesimo atto di una telenovela che non risolve il nodo centrale del problema: la mancanza di buon senso nel bilanciare i diritti in gioco.
    Tre diritti, una sola soluzione: il buon senso
    ​Questa controversia è stata spesso inquadrata come un conflitto insanabile tra:
    ​Il diritto alla quiete dei residenti.
    ​Il diritto d’impresa dei commercianti.
    ​Il diritto al divertimento dei giovani.
    ​Tuttavia, noi residenti siamo convinti che questi diritti non siano destinati a scontrarsi, ma che possano e debbano coesistere. La chiave per la convivenza è una sola: la misura e, appunto, il buon senso.
    Via Cambini non è un luogo per l’aggregazione notturna
    ​È necessario partire da una premessa oggettiva: Via Cambini, per la sua conformazione e per ragioni ambientali e logistiche, non può essere trasformata in un luogo di aggregazione notturno dopo la mezzanotte.
    ​Questo non significa che debba essere una via “morta”. Anzi, siamo i primi a sostenere che possa e debba essere un fulcro vitale durante il giorno e nelle ore serali. I residenti hanno dimostrato in ogni occasione la loro apertura e collaborazione, accettando di buon grado di rinunciare a una parte della loro tranquillità, in particolare nei fine settimana dei mesi autunnali e invernali.
    ​Ma questa stessa apertura e collaborazione è stata adottata dagli altri protagonisti di questa vicenda?
    Chiudere a Mezzanotte è una penalizzazione?
    ​È lecito porsi una domanda semplice: chi, con un minimo di buon senso, può seriamente affermare che l’obbligo di chiudere le attività a mezzanotte sia una penalizzazione insopportabile per il lavoro o per il divertimento dei ragazzi?
    ​Vale davvero la pena, per un guadagno di 90 minuti di lavoro notturno, rischiare di costringere il Prefetto a prendere una decisione drastica che penalizzerebbe tutti? Questo è forse buon senso?
    ​Le vie del centro città non possono diventare spontaneamente un punto di aggregazione notturno incontrollato. Se le Istituzioni, e il Comune in primis, ritengono che questa destinazione d’uso sia strategica e inevitabile, allora devono assumersene la piena responsabilità.
    ​A Dubai è possibile sciare nel deserto, ma per realizzare un tale stravolgimento ambientale sono state impiegate energie e sforzi immensi. Livorno non è Dubai, e il Comune dovrebbe impiegare le stesse, immense, energie (in termini di controlli continui e ininterrotti fino a tarda notte) per rendere possibile l’impossibile.
    ​Il rischio, non affrontando seriamente il problema, è che le questioni irrisolte portino a una decisione drastica che, come sempre accade in questi casi, finirà per penalizzare anche tutti coloro che avrebbero agito con maggiore responsabilità e buon senso.
    ​Il tempo per l’equilibrio sta scadendo. Il buon senso deve diventare protagonista prima che sia troppo tardi.

    Firmato: un gruppo di residenti delle vie Via Roma, Via Cambini e Via Marradi

  • La tamerice ferita e il segnale che non possiamo ignorare

    La tamerice di Fattori vandalizzata non è soltanto l’ennesimo episodio di inciviltà. È il simbolo di un problema più profondo, che riguarda l’intero tessuto sociale. Quel gesto – apparentemente isolato – riflette un degrado culturale che da tempo alimenta dinamiche disfunzionali e ferisce la città più di qualunque danno materiale.

    Alla base di questi comportamenti c’è spesso una combinazione di fattori: famiglie sempre più assenti o in difficoltà nel ruolo educativo, una presenza istituzionale percepita come debole, la crescente convinzione che qualsiasi forma di disciplina sia una violazione e non uno strumento di crescita. A questo si aggiunge la difficoltà per le forze dell’ordine di esercitare pienamente il proprio ruolo, frenate dal timore di contestazioni e ripercussioni.

    Un ulteriore elemento critico è la distorsione del reale favorita dalla vita “social”: un universo parallelo che disincentiva la responsabilità, amplifica l’esibizionismo e impoverisce la capacità di relazione autentica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: comportamenti antisociali normalizzati, provocazioni verso l’autorità percepite come “coraggio”, assenza del senso del limite. Situazioni che, fino a qualche decennio fa, sarebbero state eccezioni; oggi rischiano di diventare la regola.

    Il crescente senso di impunità – figlio di molteplici cause – ha modificato profondamente le dinamiche sociali. Ha polarizzato i conflitti, indebolito la capacità critica e creato un clima in cui fenomeni come la malamovida non sono altro che la conseguenza naturale di una deriva già in atto.

    La ferita alla tamerice è un gesto piccolo nella forma, ma grande nel significato. Come una pianta danneggiata nelle sue radici, anche una comunità può perdere la propria linfa vitale se non affronta con serietà i problemi che la attraversano.

    È il momento di riconoscere ciò che questo episodio rappresenta: non un incidente isolato, ma un campanello d’allarme. E di decidere, come città, se vogliamo limitare i danni o finalmente curare le radici.

  • Malamovida a Livorno: perché l’orario delle 1.30 divide prefetto e sindaco — e fa arrabbiare i residenti

    La questione della malamovida livornese, in particolare quella di via Cambini, continua ad accendere il dibattito cittadino. Da settimane si fronteggiano due visioni: quella del prefetto Giancarlo Dionisi, che considera la situazione ormai critica dal punto di vista della sicurezza pubblica, e quella del sindaco Luca Salvetti, intenzionato a intervenire ma con strumenti e orari che non coincidono con le richieste della Prefettura. A farne le spese, come sempre, sono i residenti, che si dicono esasperati e incapaci di comprendere la logica di una via così piccola trasformata in “discoteca a cielo aperto” fino a tarda notte.


    Il monito del prefetto: via stretta, flussi ingestibili, serve una stretta vera

    L’intervento del prefetto nasce da un dato oggettivo: via Cambini è troppo stretta e troppo centrale per reggere migliaia di persone accalcate fino alle due del mattino.
    Il tema non è solo il rumore: è la sicurezza pubblica, con implicazioni che vanno dal rischio di incidenti alla difficoltà per forze dell’ordine e soccorsi di entrare nella via in caso di necessità.

    Dionisi ha dunque chiesto:

    • numero chiuso e controllo degli accessi,
    • sistemi di contapersone,
    • più vigilanza e pattuglie coordinate,
    • limitazioni sulla vendita e sull’asporto di alcolici,
    • e soprattutto orari più stringenti, compatibili con la dimensione fisica della via.

    La posizione della Prefettura è chiara: mantenere un’attività notturna intensa in una via tanto ridotta è “un rischio non più sostenibile”.


    La risposta del Comune: ordinanza in arrivo, ma con orari più morbidi

    Il Comune sta preparando un’ordinanza che, stando alle anticipazioni, prevede la chiusura dei locali all’1.30 nel fine settimana e alle 00.30 negli altri giorni.
    Una scelta che mira a dare un segnale, senza però arrivare alle misure drastiche richieste dalla Prefettura.

    Il provvedimento includerà anche:

    • stop alla musica prima della chiusura,
    • limitazioni sull’asporto di alcol,
    • un rafforzamento della presenza della polizia municipale,
    • videocamere e pulizie straordinarie.

    Il sindaco Salvetti rivendica la volontà di “bilanciare i diritti di tutti”: i giovani, i lavoratori del settore, ma anche i residenti.


    La rabbia dei residenti: “Perché perseverare nell’errore?”

    Se lato istituzionale regna il disaccordo, quello dei residenti è molto più netto.
    Molti non capiscono quale sia il senso di consentire a una via minuscola, pensata per il passeggio o per la convivialità serale, di diventare un polo di intrattenimento notturno.

    Le loro obiezioni principali sono tre:

    1. La via non lo permette fisicamente.
      Gli affollamenti sono ingestibili e mettono a rischio tutti.
    2. L’orario delle 1.30 è un compromesso apparente.
      Per molti è già di per sé incompatibile con un luogo così angusto e densamente popolato.
    3. Il rischio di una contro-mossa del prefetto.
      Se l’ordinanza comunale venisse giudicata inefficace, il prefetto potrebbe adottare misure ben più drastiche — e gli esercenti virtuosi ne sarebbero i primi danneggiati.

    La domanda che si fanno in molti è semplice:
    vale davvero la pena di prolungare le attività di un’ora e mezza per rischiare poi restrizioni molto più dure?


    Il nodo politico: sicurezza urbana vs libertà economica

    La vicenda mette in luce un tema più ampio: chi ha realmente la responsabilità della sicurezza urbana?
    Il prefetto richiama l’urgenza e l’emergenza dell’afflusso; il sindaco rivendica il diritto di normare tempi e modi della vita economica cittadina. Ma nella pratica le due visioni si scontrano.

    Al fondo resta la questione più delicata: fino a che punto un’amministrazione deve favorire il business notturno, se questo incide pesantemente sulla vivibilità, sul riposo, sulla sicurezza e sul decoro urbano di chi quella via la abita tutto l’anno?


    Conclusione: una mediazione fragile

    L’ordinanza comunale appare come un tentativo di mediazione, ma rischia di essere percepita come un passo a metà: troppo blanda per chi chiede sicurezza, troppo restrittiva per chi vive di movida.
    E soprattutto rischia di non risolvere il nodo centrale: la capienza reale della via.

    La “malamovida” di via Cambini non è una questione di movida in sé, ma di proporzioni: quando lo spazio urbano non è compatibile con certi volumi, né misure parziali né compromessi orari possono realmente funzionare.

    La sensazione dei residenti — e non solo — è che si stia cercando di far convivere due cose che convivere non possono:
    una via stretta e un polo notturno di massa.

    E prima o poi, inevitabilmente, qualcuno dovrà scegliere.

  • Siamo sicuri che i provvedimenti vadano nella giusta direzione?

    https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2025/11/19/news/livorno-il-prefetto-tira-dritto-su-via-cambini-solo-il-comune-puo-limitare-gli-accessi-1.100793391

    I problemi molto rilevanti che affliggono il centro città sono sotto gli occhi di tutti, le decine di video che circolano in rete contano più di 1000 parole.

    La situazione è complessa tanto che il Prefetto Dr. Dionisi ha parlato chiaramente di “problema di sicurezza” ed ha aggiunto “via Cambini non può sostenere gli afflussi attuali, la sicurezza e la convivenza civile sono a rischio… serve un numero chiuso, il controllo degli accessi è indispensabile”.

    Fino ad ora, con tutti i problemi di cui sopra, la chiusura dei locali era fissata per le ore 2.00 del mattino, orario che i residenti hanno criticato perché evidentemente non compatibile con le caratteristiche specifiche di via Cambini/Roma e Marradi.

    Se non abbiamo capito male dopo la pronuncia del Prefetto è stato deciso dal Comune di anticipare la chiusura alle 1.30 del mattino (solo 30 minuti prima dell’orario attuale), la musica a mezzanotte e l’asporto dopo le 22.

    La domanda è la seguente:
    senza un massiccio controllo ambientale da parte delle forze dell’ordine cosa potrà cambiare rispetto ad ora anticipando di 30 minuti la chiusura?

    Secondo noi residenti il rischio è che questa ordinanza non modifichi le dinamiche di cui sopra e possa al contempo favorire a stretto giro misure molto restrittive che andranno a colpire anche quelle attività che vivono in armonia con la via degli aperitivi.

    In altri termini pensare che via Cambini/Marradi/Roma possa passare da divertimento diurno e serale (prima di mezzanotte) a divertimento notturno (dopo mezzanotte) secondo noi residenti è un errore che potrebbe penalizzare molti.